Ombre di Maestri

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Diffido di chi afferma di non avere maestri.
Con buona probabilità, qualunque cosa facciamo, c’è già chi l’ha fatta prima di noi, e meglio. Ciascuno di noi è una sintesi, biologica e culturale.


Quando parlo di scrittura, talvolta domando: chi sono i tuoi maestri? A chi ti ispiri? Chi vuoi emulare o superare? Quando mi rispondono ‘non ne ho, non mi ispiro a nessuno’ ci rimango male, perché affermare di non avere maestri è fare un torto principalmente a sé stessi. E chi fa quella affermazione probabilmente farà meno bene ciò che fa. Riconoscere uno o più maestri rende più nitido l’orizzonte critico verso sé stessi - che non guasta mai -, aiuta a migliorarsi e migliora ciò che si fa. Riconoscere maestri è un potentissimo stimolo alla creatività.

Di maestri ne riconosco tanti. Quando scrivo penso a uno di loro o a più di uno. ‘Quanto è bravo, vorrei scrivere come lui’. Penso questo e se non meglio magari riformulare la loro scrittura in una mia personale sintesi.

In ciascuna delle mie opere aleggia l’ombra di un maestro.
In IO, LUCIFERO, ad esempio, nel preambolo mitico, aleggia l’ombra di Josè Saramago. Con la sua scrittura in cui non distingui tra discorso diretto e discorso indiretto. Nel cuore del libro aleggia l’ombra di Carlo Emilio Gadda col suo Pasticciaccio e la sua sintassi virtuosa, dove non distingui tra principali e subordinate; di Dario Fo col suo Mistero Buffo e la sua satira; di Federico Fellini, che non fu scrittore ma fu abilissimo affabulatore e ritrattista.
Ne IL TRENO aleggiano le ombre di due grandi siciliani, Luigi Pirandello con la sua scrittura tormentata a tratti convulsa, e Gesualdo Bufalino, con la sua scrittura ricercatissima fatta di periodi lunghi, una corrente senza fine di lirismi e paradossi.
In PALERMO GENESI, senz’altro James Ellroy, scrittura di periodi brevi, frasi secche ed efficaci, pugni di ferro in guanti di velluto, che scandaglia come poche altre le tenebre dell’animo umano.
Poi ci sono i miei racconti, quelli de L’ESTATE DI SAN MARTINO in cartaceo e quelli sparsi solo in ambito digitale. In essi aleggia l’ombra di Henry James e della sua scrittura da autore onnisciente, padrone assoluto della scena, ovvero il suo mondo interiore.
Ma in generale, non perché si scrive di gotico, il maestro dev’essere del genere gotico. Posso scrivere gotico ma rifarmi a Moravia.

Questi alcuni dei miei maestri. Senza le loro ‘ombre’ svolazzanti sui miei scritti, probabilmente i risultati sarebbero più deludenti. Oh, maestri ne riconosco tanti altri. Col tempo, lascerò che le loro ombre svolazzino leggiadre sui miei scritti.
Onori ai Maestri.

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