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PALERMO GENESI - anteprima




Vidi Palermo.

La vidi e mi ruppe il cuore. Irruppe gioia. Sprofondai in me stesso. Mi aprii al mondo. Vidi l'inferno, vidi il paradiso. In costante ricerca di conferme, di supposizioni, di dubbi che possano aprirgli nuovi fronti di indagine e di appagamento, l'animo non è mai pago di ciò che gli occhi vedono. L'animo è ingordo.

 

Ti vedo, Rosalia. Rosalia, ora ti so. Vedo la tua ancella, la figlia tua, la tua vergine puttana: violata, magnifica, cinta dai colli della Conca D'oro come in un tenero abbraccio, violata dai tuoi cittadini come in un amplesso selvaggio, in cui perdono il senso del sesso, del profumo, dell'amore, della bellezza, per i quali il fine ultimo è solo orgasmo di vivere.

 

Guardavo Palermo avvicinarsi a me, come a volermi fagocitare per regalarmi la gioia di un sogno. O forse di un incubo.

 

La visione di Monte Pellegrino mi colse come la prima luce all'alba, quando ci si stropiccia gli occhi: eccolo, il guardiano, il padre patrigno della città sulla quale domina indiscusso, sagoma indelebile dell'animo, pellegrino appunto, come tutti coloro i quali hanno scavalcato le sue pendici alla ricerca chi della santa, chi dell'oro, chi di sé stesso. E veramente mi sembrò che ciò che vedevo non riuscisse ad appagare il mio animo, teso nelle vibrazioni delle metamorfosi cui soccombeva la città che dominava. Tutta Palermo sembrava uscire da esso come un feto da un addome sempre gravido nonostante il parto, forse per via della sacra fanciulla che su Monte Pellegrino dimorava.

 

L'odore salmastro del mare e il tanfo d'acqua morta mi dettero alla testa. Mi sovvenne il pensiero che potessi essere uscito di senno. Allora mi trovo nel posto giusto, mi dissi. Mi incalzò poi il pensiero che non fossi abbastanza savio per quella città, per la Sicilia, per me stesso. Ma chi ero io? Perché tutta questa importanza al mio ego, se poi egli si perdeva tra gli anfratti dei ricordi di gioventù, delle storie di mio padre, di mia madre, che mi raccontavano tra i colli dominati dalla brughiera, nello Yorkshire, quando ero un ragazzetto triste, mite e pallido, cullato dal benessere, ricordi che adesso fluivano tra quelle stesse onde ora solcate dalla chiglia della nave, e che lambivano le immagini che conoscevo dai libri e dai siti internet dello splendore dei vicoli saraceni, delle residenze normanne, delle chiese barocche, delle calli del ghetto ebraico, tra i rivoli fetenti di cumuli dell'incuria, della bruttezza imperante, nella città in cui la Bellezza, dicevano i libri e i siti internet, era di casa?

 

Decisi dunque che il mio ego era di troppo. Troppa incursione nella vita, in quella città che si accingeva a divenire la mia vita. Il mio ego doveva farsi da parte, farsi da parte le categorie del mio pensiero, della mia mente, scordarmi dei miei ricordi, di tutto e di tutti: la reviviscenza.

 

Valeva la pena perdersi per non trovarsi mai più.

 

Il comandante era Ruggero, vecchia conoscenza palermitana. Mi avvertì che ci trovavamo ormai a poche miglia dalla costa, e che se gradivo potevo salire sul ponte e tirare una boccata d'aria fresca. Da vecchi conoscenti, il Ruggero sapeva quanto per indole fossi restio al chiacchiericcio dei passeggeri, ai bambini che scorrazzavano da un capo all'altro dei ponti e che ti sbucavano da ogni dove, alle allegrie civettuole e affettate dei borghesi in viaggio. Mi ero imbarcato la sera prima da Genova, e da allora non avevo messo piede fuori dalla cabina, dove mi feci servire la cena e la colazione del giorno appresso. Nel frattempo, avevo messo ordine ai file nel mio laptop, una messe di informazioni disordinate che attendevano da tempo di trovare un ordine, e forse il loro senso. Con ogni buon auspicio, lo avrebbero trovato qui, a Palermo.

 

Presi la giacca e uscii in direzione del ponte. Non appena fuori dalla cabina, capii che la giacca non mi sarebbe servita: la brezza lieve e tiepida della nave in movimento mi raggiunse al volto mista al profumo salmastro del mare, non ancora il mare malato e insulso delle banchine di un porto. Procedetti a passo spedito, eccitato come al primo appuntamento con una dama che corteggiavo da tempo. E in effetti così era: Palermo era per me davvero una dama, sognata come già odiata ancor prima che la conoscessi, fonte di ludibrio come di voluttà, al suono di quegli accenti, di quelle parole urlate per strada, le voci dei mercanti, evocatemi da mia madre, londinese d'adozione e palermitana d'origine.

 

All'epoca avevo compiuto da poco trent'anni, un cervello sveglio e fine, devoto alla curiosità e alla conoscenza. Mia madre mi diceva sempre che avrebbe voluto tornare a Palermo, tornare a cercare le spoglie di un lontano trisavolo morto al tempo in cui gli Inglesi sbarcarono in Sicilia per prendersi tutto il Mediterraneo. Un avventuriero dedito alla causa della madrepatria, che aveva deciso di partire per la terra del mito, la Sicilia. Di lui non si sapeva molto altro. Mio padre, costruttore edile, morì in un incidente stradale pochi giorni dopo la mia nascita. Mia madre morì di cancro che non avevo nemmeno vent'anni. Mi lasciò erede delle sue fortune, dei suoi ricordi, dei suoi rimpianti. I rimpianti di mia madre erano i miei. Ma io non intendevo morirci. Così, appena potei, feci rotta per la Sicilia. Lo feci per mia madre. Ma lo feci anche per me. Un indefettibile senso di attrazione, un'affinità d'elezione mi spingeva in quella terra per me così distante: nel vissuto, nel mio immaginario.

 

Ma nel diverso che quella terra costituiva per me, con le sue lande abbrustolite dal sole e dallo scirocco, i suoi chiaroscuri, i suoi eccessi retorici, la sua creatività, il mio spirito non poteva che restarne ammaliato, come voltare dopo aver percorso le calli strette di una città affollata e rumorosa e trovarsi, una volta svoltato l'angolo, il prato lussureggiante e arioso di una vasta pianura, in cui avrei potuto forse trovare le tracce di me sparse nel tempo dalle vicende di un mio trisavolo.

 

La nave attraccò. Il ferro rimbombava dei movimenti delle ancore, nello scroscio spumeggiante della chiglia in abbrivio.

Tornato in cabina, raccolsi i miei effetti personali, e raggiunsi la sala di comando, dove trovai Ruggero.


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